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Blog de Francesco Zaratti

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Alcuni anni fa sono salito sul Burj Khalifa a Dubai. Inaugurato nel 2010, ha 163 piani e supera gli 800 metri di altezza. La sua silhouette caratteristica è visibile da diversi chilometri di distanza. È stato progettato dall’architetto Adrian Smith, un appassionato di edifici energeticamente sostenibili, anche se forse un po’ meno di costruzioni modeste. In effetti, la sua prossima opera — ancora incompiuta — è la torre Jeddah, in Arabia Saudita, concepita per superare il chilometro di altezza.

Nel contemplare il Burj Khalifa, non ho potuto fare a meno di vederlo come una nuova versione della Torre di Babele: quell’eterno mito biblico dell’ansia umana di uniformare la diversità delle lingue e delle culture, omologando la società attraverso la tecnica.

Sappiamo, dal Libro della Genesi, quale sia stato l’esito di quel progetto: la dispersione fisica e linguistica e il fallimento del sogno di unificare l’umanità. Sappiamo anche che a quel fallimento è seguito un nuovo e inatteso inizio, grazie alla chiamata, apparentemente irrilevante, di Abramo a intraprendere un lungo cammino di fede attraverso la storia.

Da allora, i successivi tentativi di confondere l’uniformità con l’unità sono sistematicamente falliti. In Bolivia abbiamo avuto un Procuratore — oggi in carcere — che impose di omologare il suo personale attraverso l’uso obbligatorio di cravatte verdi.

La radice del fallimento, secondo il racconto biblico, risiede nella pretesa di unificare l’umanità partendo dall’arroganza tecnologica, facendo a meno di Dio come fattore di coesione e della partecipazione libera e cosciente delle persone. Papa Leone XIV, nell’enciclica *”Magnifica Humanitas”*, avverte nell’irruzione dell’Intelligenza Artificiale (IA) una nuova incarnazione della Torre di Babele: una versione non più architettonica, bensì di portata globale, che penetra in ogni attività umana.

Questa nuova torre viene eretta mediante algoritmi e macchine che simulano la cognizione umana fino all’estremo di fingere empatia con i propri interlocutori. In questo modo, sfidano la creatività della mente umana, impongono un racconto presumibilmente univoco — quando non francamente falsificato — e riproducono a volontà voci, volti e identità.

È una torre costruita da corporazioni private guidate dalla sete di profitto, dall’avidità di fama e dalla fretta di arrivare primi. Tutto ciò senza curarsi dei possibili difetti, mentre governi e cittadini assistono, spesso impotenti, al vertiginoso sviluppo di questa corsa tecnologica.

Sia chiaro: la scienza e la tecnologia sono parte inseparabile dello sviluppo umano e tutti noi beneficiamo quotidianamente della loro bontà. Tuttavia, sappiamo che dietro ogni nuovo prodotto del progresso scientifico e tecnologico — un farmaco, un apparecchio o un’applicazione che ci semplifica la vita — esiste una rigorosa metodologia di test, verifica e certificazione destinata a garantirne l’efficacia e la sicurezza.

Non accade lo stesso con l’IA: la sua crescita meteorica sembra aver bypassato i consueti filtri di controllo qualità e di mitigazione degli effetti collaterali. La velocità vertiginosa dei progressi ha deliberatamente trascurato la sicurezza e le profonde implicazioni etiche derivanti dal suo uso discriminatorio o deregolamentato.

Si sono già registrati episodi di perdita di controllo sugli «agenti» autonomi dell’IA, al punto che i dirigenti stessi delle aziende sviluppatrici hanno espresso preoccupazione e si sono battuti per un patto che freni temporaneamente la sua espansione in nome della sicurezza. Ciononostante, queste cautele continuano a scontrarsi con le ambizioni e i sospetti della geopolitica delle potenze dominanti.

Mi chiedo: riusciremo un giorno a salire sull’esclusiva ed escludente torre dell’Intelligenza Artificiale e a rimanere comunque umani?

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