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Blog de Francesco Zaratti

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Un recente caso giudiziario in Italia, che ha catturato l’attenzione mediatica internazionale, ci invita a riflettere sul confine sottile e spesso sfumato che separa la legittima difesa dalla vendetta.

I fatti si riassumono così: nel 2023, un orefice nei pressi di Torino è stato assaltato nel suo negozio da due individui armati di coltello e pistola, sebbene quest’ultima si sia rivelata essere un giocattolo. Il gioielliere, che otto anni prima aveva già subito una rapina violenta, ha reagito costringendo i delinquenti alla fuga, per poi inseguirli sulla pubblica via. Una volta raggiunti, ha esploso colpi con un’arma da fuoco regolarmente detenuta, provocando la morte dei due assalitori e ferendo un complice che copriva la loro ritirata.

Recentemente, una sentenza in secondo grado ha condannato il gioielliere a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario, imponendogli inoltre un cospicuo risarcimento economico a favore delle famiglie dei deceduti. Nella sentenza, è stata esclusa l’attenuante della legittima difesa, argomentando che non erano soddisfatti i requisiti legali di base: l’esistenza di un pericolo imminente di morte e che l’atto avvenisse all’interno del domicilio o dell’attività commerciale. Per il tribunale, la reazione è stata sproporzionata e tradisce un fine di vendetta piuttosto che di difesa.

Come era prevedibile, la sentenza ha spaccato l’opinione pubblica e l’arena politica italiana, con i partiti conservatori che criticano la sentenza e quelli di sinistra che la difendono. Sebbene nessuno metta in discussione la legalità del verdetto, molti cittadini percepiscono la condanna come un eccesso che lascia indifese le vittime della criminalità. Si argomenta il trauma del gioielliere, conseguenza della rapina precedente, come un fattore che avrebbe potuto offuscare il suo giudizio, scatenando una campagna sociale che chiede la grazia presidenziale. Tuttavia, voci critiche contro l’orefice hanno segnalato precedenti di condotta violenta, il che complica la sua immagine pubblica. Allo stesso modo, il dibattito sul risarcimento agli aggressori ha generato indignazione, sebbene vada notato che la legislazione italiana è stata riformata successivamente ai fatti, eliminando questo punto, anche se tale riforma non è applicabile retroattivamente a questo caso.

Questo dilemma è, mutatis mutandis, uno specchio di quanto accade in scenari di violenti disordini sociali in Bolivia, dove l’uso della forza pubblica genera spesso vittime la cui responsabilità non è sempre univoca.

Emergono due interrogativi fondamentali: Innanzitutto: Dove risiede il limite? La proporzionalità è la chiave. Inseguire e abbattere un assalitore in fuga, senza che esista un pericolo imminente, trasforma la difesa in un’esecuzione sommaria, pratica più compatibile con l’epoca del Far West che con i valori di uno Stato di diritto. E poi: È etico risarcire un aggressore? In termini morali, risulta scioccante. Tuttavia, in termini legali, se la reazione è stata un giustizialismo extragiudiziale, lo Stato deve mantenere il suo monopolio della violenza, anche se il risultato finale appare come un’ingiustizia flagrante.

Trasferendo queste riflessioni nell’arena geopolitica — dall’aggressione della Russia all’Ucraina fino alla risposta israeliana a Gaza e in Libano dopo gli eventi del 7 ottobre, o alla guerra non dichiarata di Israele e USA contro l’Iran — la complessità aumenta.

Se l’umanità riuscisse ad applicare il principio di proporzionalità, quello che cerca un equilibrio tra l’offesa e la risposta, anche senza abbracciare il valore cristiano del perdono, il cammino verso la pace e la giustizia internazionale sarebbe, senza dubbio, meno tortuoso. Applicare, e persino superare, la legge del taglione, intesa come contenimento e non solo come vendetta, rimane la sfida in sospeso della nostra civiltà.

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Una risposta

  1. Certo il gioielliere che insegue e uccide i due rapinatori fuori dal suo negozio con tutta la buona volontà e le attenuanti che volessimo considerare rimane sempre un omicidio e il video stesso dell’uccisione dei due rapinatori non aiuta il gioielliere. Altra cosa è il risarcimento che anche se la legge lo prevede rimane sempre ostico da digerire.
    Quindi stabilire il limite tra legittima difesa e giustizia fai-da-te sembrerebbe senza risposta.

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