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Blog de Francesco Zaratti

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Da quando l’essere umano ha optato per la sedentarietà, ha imparato a dipendere dai cicli naturali e a immagazzinare provviste per l’inverno, quando la terra cessa la sua produzione. Quella necessità affrontava due nemici costanti: il clima e i parassiti. Presto, l’uomo scoprì i suoi due migliori alleati: il sottosuolo —dove una grotta a diversi metri di profondità mantiene una temperatura stabile durante tutto l’anno— e la dispensa, quella stanza buia e ventilata. Come dimenticare il vino e la frutta conservati nella grotta familiare, fresca in estate e calda in inverno?

Molte famiglie a La Paz, durante gli oltre cinquanta giorni del recente assedio contadino, hanno riscoperto l’importanza della dispensa; uno spazio che mezzo secolo fa era il cuore delle case, ma che oggi si è ridotto ad armadi a muro o a un frigorifero che viene rifornito periodicamente dopo aver “fatto la spesa”.

La dispensa si è evoluta, ma mantiene la sua essenza come strumento di sopravvivenza. Il suo nome proviene dal latino “dispensare” (amministrare, distribuire), radice che condivide con il “dispensario” di un centro medico. Allo stesso modo, la “dispensa” canonica esenta da una norma, e l’“indispensabile” è ciò di cui non possiamo fare a meno.

Come spesso accade, il concetto si è trasferito in altre sfere come allegoria della memoria e della cultura: un “magazzino” di conoscenze a cui il narratore attinge per nutrirsi di saperi imperituri. Persino nel linguaggio politico e accademico, il prefisso “neo” (neoclassicismo, neoliberalismo, neocolonialismo) funziona come un modo per riempire quella dispensa intellettuale con nuove etichette.

Nel corso di questa riflessione, ho trovato un’analogia eloquente: se la dispensa fisica assicurava la sopravvivenza in tempi di scarsità, oggi il pensionamento svolge la stessa funzione di fronte all’“inverno” dell’esistenza.

La vita segue un ciclo agricolo: in primavera seminiamo attraverso lo studio e il lavoro; in estate raccogliamo i frutti dello sforzo; in autunno risparmiamo ciò che non consumiamo; e in inverno, godiamo di quei risparmi mediante una rendita che ci permette di sussistere. Se definiamo la dispensa non come un mobile, bensì come un sistema di stoccaggio di risorse per il futuro, il pensionamento è, in sostanza, la nostra “dispensa finanziaria”. Alcuni, come si è visto in casi polemici, hanno interpretato questo stoccaggio in modo distorto, trasformando il traffico di influenze in una dispensa personale di ricchezza illecita, come stiamo vedendo nell’indagine su un ex presidente del governo spagnolo.

In questa nuova modalità, passiamo dall’immagazzinare beni tangibili —gioielli, terre, bestiame— al conservare valori finanziari. Tuttavia, questa dispensa moderna non è esente dai parassiti che erodono la sicurezza. La prima è l’incertezza della “data di scadenza”: in una dispensa tradizionale sappiamo quando il grano andrà a male; nel pensionamento, ignoriamo quanto durerà la nostra vita, affrontando il cosiddetto “rischio di longevità”. La seconda è l’inflazione: un sacco di grano resta un sacco di grano, ma il potere d’acquisto del denaro può “marcire” a causa del rialzo dei prezzi o della “flessibilità” del tasso di cambio.

Di fronte a questa insicurezza esistenziale, che nessuna credenza umana riesce a vincere del tutto, è pertinente ricordare che esistono sicurezze più profonde. A questo proposito, il consiglio evangelico acquista una rinnovata attualità: “Fatevi ‘dispenze’ nei cieli, dove ladro non arriva e tignola non consuma; perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 33-34).

Alla fine, forse la nostra dispensa più importante è quella che riusciamo a riempire con ciò che non perisce mai.

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2 risposte

  1. Grazie di questa intelligente riflessione! Ci accaniamo a risparmiare e ad accumulare beni perituri nell’incertezza della vita che passa e non comprendiamo che il nostro vero tesoro è sempre qui con noi e non costa nulla in denaro. “Attingere, venite e mangiate senza denaro e senza spesa…”, dice Isaia…

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