L’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico non fu ottenuta attraverso una ribellione armata o strategie terroristiche, ma grazie a un movimento pacifista, ispirato e guidato dal Mahatma Gandhi, che minò le fondamenta morali di un’occupazione coloniale che per due secoli aveva sottomesso 400 milioni di abitanti. La resistenza non violenta contro la repressione e la disobbedienza civile contro il più grande impero coloniale dell’epoca resero possibile quel “miracolo” il 15 agosto 1947.
In Bolivia, mentre scrivo, assistiamo a un fenomeno inverso: alcune corporazioni sindacali, mosse da interessi politici, finanziamenti oscuri e rivendicazioni eterogenee, hanno fatto ricorso alla violenza contro la popolazione civile e contro un governo legittimamente costituito. Il loro obiettivo è forzare le dimissioni del presidente attraverso l’estorsione, prendendo in ostaggio il benessere, l’economia e la pace sociale di un intero paese.
È paradossale che lo Stato, legittimato dalla legge a esercitare l’uso della forza in difesa dell’ordine, abbia optato per la moderazione. Tale atteggiamento è messo in discussione dalla cittadinanza, danneggiata dalle azioni criminali di queste corporazioni che, sotto un malinteso “diritto alla protesta”, privano l’intero paese di cibo, salute, istruzione, lavoro e speranza.
Cosa motiva il governo di Rodrigo Paz Pereira a sopportare questa aggressione senza rispondere con fermezza all’escalation delle provocazioni?
Potrebbe trattarsi, in primo luogo, di un calcolo politico volto all’esaurimento fisico, economico e morale dei responsabili del conflitto. Oppure, forse, la sua passività nasce dal timore di cadere nella trappola di questi gruppi che attendono qualsiasi incidente per “capitalizzare” le vittime e sbandierare “massacri” al fine di delegittimare l’autorità di chi governa.
Personalmente, preferisco pensare a una scelta etica, la stessa condivisa da Gandhi, Martin Luther King, Mandela e, molto prima di loro, da Gesù Cristo. Tutti loro compresero che la logica del male consiste nel trascinare le proprie vittime nella sua spirale di violenza e odio. Di fatto, Cristo sconfisse il male, e persino la morte, rifiutandosi di rispondere al male con il male e all’ingiustizia con la maledizione, segnando una via verso la vittoria.
Al di là dell’esito di questo conflitto, è imperativo stabilire delle “linee rosse” per i conflitti sociali. Proprio come la cruenta battaglia di Solferino (1859) diede origine al Diritto Internazionale Umanitario, la Bolivia deve concordare norme fondamentali che tutte le parti siano obbligate a rispettare, ispirate alla regola d’oro: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
Queste linee rosse, che non dovrebbero mai più essere oltrepassate da nessuna parte coinvolta nei conflitti sociali, vanno dal rispetto per la vita — rinunciando all’uso di armi letali (non solo da fuoco) — alla protezione dei settori più vulnerabili (malati, minori e anziani); dal rispetto della proprietà pubblica e privata a un impegno etico che impedisca categoricamente infiltrazioni e alleanze con organizzazioni criminali e delinquenziali.
La legittimità di queste regole dipende dalla loro applicazione: lo stato di diritto deve prevalere sull’impunità. Gli atti criminali commessi nel quadro delle proteste devono sfociare in rigorosi procedimenti penali. È fondamentale garantire il risarcimento dei danni attraverso la confisca dei fondi delle organizzazioni coinvolte e, se necessario, la sospensione dei trasferimenti tributari ai comuni che fungono da epicentro dei blocchi, destinando tali risorse a riparare le infrastrutture e l’economia devastate dalla complicità o partecipazione diretta dei loro abitanti.
Processi e risarcimenti: esattamente come dopo una guerra.
Caro Francesco
Leggo sempre con molto interesse le tue varie riflessioni