Blog de Francesco Zaratti

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Nicea è una città nel nord-ovest della Turchia, dove 1700 anni fa si tenne il primo concilio ecumenico della Chiesa, che aveva alcune caratteristiche uniche.

All’inizio del IV secolo, la Chiesa subiva ancora atroci persecuzioni da parte dell’Impero Romano. Tuttavia, ciò non fermò la sua spettacolare espansione in tutto l’impero, a partire dal Medio Oriente e concentrandosi in grandi città come Roma, Lione, Cartagine e Alessandria. In Asia, culla dell’evangelizzazione, i principali centri cristiani erano Antiochia e Gerusalemme.

L’imperatore Costantino, consapevole dell’inarrestabile avanzata della nuova religione, scelse di legalizzarla attraverso l’Editto di Milano (313), scommettendo che il cristianesimo sarebbe stato un fattore di coesione dell’impero in declino. Tuttavia, l’imperatore si rese presto conto che, anche nella Chiesa, c’erano divisioni, a seguito dell’incontro culturale tra la religione ebraica – la cui linfa nutriva la nuova pianta del cristianesimo – e il pensiero razionale greco. Da questo scontro nacquero diverse “interpretazioni discordanti” (in greco, “eresie”) che lottarono per imporsi come “ortodossia” o dottrina ufficiale.

Per risolvere queste controversie, Costantino decise di convocare il Concilio di Nicea, al quale parteciparono più di 300 vescovi con biglietti e diarie pagate dall’imperatore. Questo segnò il germe del cesaropapismo, cioè l’intervento del potere politico negli affari ecclesiastici.

L’eresia principale fu insegnata da Ario, un presbitero carismatico di Alessandria, il quale sosteneva che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, era una persona divina, ma inferiore al Padre, in quanto era stato creato da Lui. Al contrario, l’ortodossia, il cui campione era Alessandro di Alessandria, affermava che il Figlio è sempre esistito in uguale potenza e gloria con il Padre e lo Spirito Santo.

Infine, il Concilio ratificò la dottrina trinitaria, scomunicò Ario e approvò il simbolo di fede chiamato “Credo di Nicea”. Tuttavia, questa decisione richiese un paio di secoli e due ulteriori concili per consolidarsi “urbi et orbi”.

Si sa che sotto il sole non accade nulla che la Chiesa non abbia già sperimentato. In effetti, trovo una curiosa analogia tra quella disputa teologica e le eresie di un’altra religione (politica, nel suo caso) che è il Movimento verso il socialismo (MAS).

Quella congregazione aveva un padre onnipotente che, nella sua gloria suprema, impose l’ortodossia intorno al culto della sua persona e costruì templi e musei in tutto il regno. Per perpetuare il suo regime, generò un figlio, chiamato “Vittoria dell’Uomo” (Andro-nike). Poi, dal suo Olimpo agrochimico, inviò patriarchi, profeti e discepoli per diffondere il suo messaggio di salvezza (la “nazionalizzazione”).

Tuttavia, seguendo l’esempio del padre, i discepoli peccarono di inettitudine e di simonia, lasciarono il popolo senza energie e scatenarono una feroce “kakistomachia” (guerra tra i peggiori).

Il figlio continuò ad adorare il padre, ma non lo considerò più insostituibile per adeguare il messaggio della salvezza. A sua volta, un patriarca apostata volle invertire la storia mettendo un orologio nel tempio principale che corre all’indietro. Un altro apostolo, quello che era sempre responsabile della borsa, rivelò che il padre era l’unico responsabile delle sue disgrazie e di quelle del regno e i più astuti indossavano maschere per cercare la pace (“Paz”)[1] e posti di lavoro negli altri partiti.

Nel bel mezzo di tanti combattimenti, l’Impero di Puebla, consigliato da un calzolaio (Zapatero[2]), convocò un concilio per risolvere le controversie tra gli eretici e continuare a godere dei loro tributi, ma non servì a nulla: invece di un “Credo di Puebla”, si raggiunse uno scisma totale. Oggi ognuno va con le proprie maschere e i propri “cárteles” verso nuovi soli (“Soles[3]“), senza che la gente ne senta la mancanza.


[1] Rodrigo Paz è uno dei candidati che aspira alla presidenza nel ballottaggio del 20 ottobre.

[2] José Luis Rodríguez Zapatero, ex primo ministro spagnolo, è un conosciuto sostenitore del “Grupo de Puebla”.

[3] Riferimento al “Cártel de los Soles”, organizzazione narcotrafficante internazionale della Colombia e il Venezuela.

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