Salta al contenuto principale

Blog de Francesco Zaratti

La Paz, 10/06/2026. Questa edizione è rivolta in particolare ai nostri abbonati all’estero che desiderano comprendere la crisi che sta attraversando la Bolivia. La Paz, sede del governo, rimane ostaggio da 40 giorni di una protesta che ha superato ogni limite di legalità, diventando violenta e spietata.

Tutto è iniziato con uno sciopero generale indetto dalla Central Obrera Boliviana (COB) per rivendicazioni salariali. Tuttavia, il movimento è stato rapidamente strumentalizzato dai sindacati dell’Altiplano (“campesinos”) e del Tropico (“cocaleros”), che hanno eretto decine di blocchi stradali sulle principali arterie del paese. Questa strategia ha paralizzato la circolazione di beni essenziali — forniture mediche, cibo e carburante — provocando una crisi umanitaria che ha già causato una decina di vittime.

Ciò che era nato come una piattaforma di richieste salariali si è trasformato in un’agenda puramente politica: le dimissioni del presidente Rodrigo Paz Pereira, in carica da sette mesi, sono ora l’unica condizione per rimuovere i blocchi. Tale richiesta rappresenta, a tutti gli effetti, una rottura dell’ordine costituzionale; si tratta, in pratica, di un tentativo di destabilizzazione contro un governo legittimamente eletto, al di là degli errori commessi dalla sua amministrazione.

La risposta dell’Esecutivo è stata, finora, improntata alla moderazione. Il governo punta allo sfinimento dei manifestanti e ha cercato di negoziare “corridoi umanitari” per consentire il passaggio dei rifornimenti. Tuttavia, cresce la pressione affinché le autorità facciano ricorso alla forza legittima e dichiarino lo stato di eccezione per ripristinare l’ordine.

In un illuminante saggio (clicca qui), l’economista Javier Gomez espone la connessione tra i punti di blocco e i centri di criminalità organizzata che si sono consolidati in Bolivia durante l’era di Evo Morales. Sono quattro gli attori principali di questa rete:

  • I cocaleros del Tropico de Cochabamba: guidati da Evo Morales, rappresentano il primo anello del narcotraffico internazionale, la cui attività ha subito colpi significativi di recente grazie alla cooperazione con gli Stati Uniti.
  • Il contrabbando dell’Altiplano: reti che gestiscono l’importazione illegale di merci e il traffico transfrontaliero di droga e persone.
  • Gli occupanti abusivi di terre (“avasalladores”): gruppi che approfittano del vuoto di autorità generato dai blocchi per usurpare violentemente proprietà agricole private nell’oriente boliviano.
  • I minatori “cooperativisti” dell’oro: settore che genera immensi profitti esentasse a scapito della salute delle comunità indigene e della devastazione ambientale dell’Amazzonia. È importante notare che questo settore ha raggiunto un accordo opaco con il governo e si è ritirato dalle proteste.

Si stima che siano circa ventimila i manifestanti che sostengono i blocchi, molti dei quali trasferiti da altre regioni. Ciò solleva un interrogativo chiave: chi finanzia questa logistica? Finora è stato riportato il sequestro di 5,6 milioni di boliviani (circa 600 mila dollari), una somma che, secondo calcoli preliminari, rappresenta appena il 15% del budget necessario per mantenere questa mobilitazione per un mese.

Spesso, dall’estero, questo movimento viene erroneamente etichettato come una “protesta progressista”. La realtà è l’opposto: si tratta di una lotta conservatrice che cerca di mantenere privilegi corporativi e lo “status quo” di un’economia frammentata da anni di gestione del Movimento al Socialismo (MAS). Le menzogne dei suoi leader e la strumentalizzazione delle proprie basi sono i veri motori di una protesta che, invece di rivendicare diritti, attenta al benessere del popolo boliviano e alla stabilità stessa del paese.

Cordiali saluti,

Francesco