Blog de Francesco Zaratti

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Durante la recente crisi della benzina, le autorità del settore hanno ripetutamente denunciato un sabotaggio interno alla YPFB. Tuttavia, non essendo stati identificati i colpevoli, è più probabile che ci troviamo di fronte a omissioni colpose nella logistica di acquisto, nella certificazione di qualità e nello stoccaggio. Il risultato è una profonda erosione della fiducia dei cittadini nell’azienda petrolifera statale.

In questo contesto, il successo della riduzione dei sussidi ai carburanti rischia di naufragare a causa di un sabotaggio di ben altra portata per l’economia boliviana, proveniente da un grande alleato del presidente Rodrigo Paz. Mi riferisco all’indecifrabile Donald Trump e alla guerra non dichiarata alla Repubblica Islamica dell’Iran, un regime che attira scarse simpatie globali.

Questo conflitto ha causato la paralisi del commercio petrolifero nello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia geografico attraverso il quale transita il 20% del greggio mondiale e del Gas Naturale Liquefatto (GNL). Sebbene la maggior parte di questo petrolio sia destinata all’Estremo Oriente, la sua natura di commodity implica che qualsiasi interruzione faccia schizzare i prezzi in ogni angolo del globo. Infatti, oggi il barile si aggira intorno ai 100 dollari, con un incremento del 50% in appena un mese.

La risposta dell’Iran, seguendo la logica di “muoia Sansone con tutti i Filistei”, ha colpito non solo le basi militari statunitensi nella regione, ma anche le infrastrutture petrolifere e turistiche delle monarchie del Golfo. L’obiettivo di Teheran è cristallino: asfissiare l’economia degli alleati di Washington affinché questi impongano una cessazione delle ostilità al più presto.

Mentre il mondo è in subbuglio, molti paesi mitigano l’impatto attraverso due risorse: riserve strategiche di combustibili (capaci di coprire sei o più mesi di consumo) e una reale diversificazione dei fornitori. Dato che non è possibile compensare interamente il calo della produzione araba, l’unica valvola di sfogo globale sarebbe il ritorno della Russia al commercio legale di petrolio, sospendendo le sanzioni occidentali, eventualmente in cambio di una risoluzione definitiva della “questione ucraina”.

È evidente che la durata del conflitto sia la variabile chiave per prevedere l’entità del disastro imminente: una guerra prolungata di settimane o mesi delineerebbe lo scenario peggiore.

Ebbene, la Bolivia, priva di riserve strategiche di carburante e di sufficienti valute estere per garantire l’importazione di petrolio ai nuovi prezzi, si troverebbe di fronte a un dilemma letale: aumentare sensibilmente il prezzo alla pompa o ripristinare il sussidio per evitare l’esplosione sociale. In parole povere, l’alternativa è scegliere tra la fame dell’inflazione o la peste di un deficit fiscale incontrollabile.

Non è il momento di seminare il panico, ma di esigere una tabella di marcia realista dal governo di Rodrigo Paz. Di fronte alla crisi, propongo due assi d’azione immediata:

 * Agire con diplomazia energetica: È imperativo sfruttare il capitale politico delle attuali relazioni internazionali per negoziare sconti, crediti agevolati o compensazioni nell’acquisto di greggio. Se altri paesi ci sono riusciti, anche la Bolivia deve usare la propria fragilità economica come argomento nei forum regionali.

 * Puntare sulla sovranità energetica: La lezione di questa crisi è che la dipendenza dagli idrocarburi è un anacronismo pericoloso. La Bolivia deve puntare decisamente sulle fonti rinnovabili. La transizione non è un lusso ambientalista; è una necessità di sicurezza nazionale.

Che si chiami questo processo transizione, diversificazione o sopravvivenza energetica è irrilevante, purché riesca a liberarci dall’essere ostaggi di uno stretto a migliaia di chilometri di distanza.

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4 risposte

  1. Non fa una piega, come si dice da noi… Queste crisi ci devono assolutamente portare ad una più soddisfacente autonomia energetica nazionale con lo sviluppo più completo in tutti i settori sperimentabili…. e soddisfare il fabisogno nazionale nei modi più diretti possibili

  2. Non conosco la Bolivia, ma quanto scrivi è immediatamente applicabile all’Italia, che, per preconcette prese di posizione (inizialmente il referendum contro il nucleare, poi i boicottaggi nella costruzione della TAP, poi i movimenti di opinione contro le pale eoliche e i campi “deturpati” dai pannelli fotovoltaici) ci hanno consegnato ad uno stato di immobilismo energetico che richiama l’asino di Buridano.
    L’opposizione trova unica soddisfazione cavalcare qualsiasi movimento spontaneo che giustifichi l’attacco al leader della maggioranza (oggi di destra, ma qualche anno o decennio fa di centro-sinistra o di sinistra), fingendo di non ricordare che è sempre stata “contro” qualsiasi obiettivo soddisfacente allo sviluppo energetico del nostro Paese. Nessuno ricorda più come venne demolito Ippolito con un’azione calunniosa, per affossare il nucleare.
    E come i polli di Renzo Tramaglino, ci azzuffiamo in una Nazione minima, mentre il dottor Stranamore col ciuffo giallo fa colare a picco il Pianeta

    1. Inoltre non bisogna dimenticare la responsabilità di vari scienziati italiani (incluso un premio NOBEL) nel promuovere il NO al nucleare per cavalcare l’onda ambientalista miope .

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