Il dibattito sull’eutanasia (coraggiosamente rianimato dall’amico Alfonso Gumucio Dagrón) è costellato da diversi paradossi. Per cominciare, la medicina lotta per prolungare la vita con un successo innegabile: all’inizio del XX secolo, la speranza di vita a livello globale era inferiore ai 35 anni; oggi la media mondiale è di 73 anni. Questo fatto ha innescato l’attenzione verso i problemi della vecchiaia (gerontologia, case di riposo, attività sociali, pensioni, ecc.). Tuttavia, optando per l’eutanasia (suicidio assistito o morte degna), la medicina sembra arrendersi davanti alla presunta irreversibilità di certe malattie e al dolore insopportabile che a volte le accompagna.
Infatti, da un lato, i medici — con il consenso dei familiari — arrivano ad accanirsi su un paziente terminale, mantenendolo artificialmente in vita e impedendo alla natura di fare il suo corso. Papa Francesco è stato chiaro nel ripudiare queste pratiche che a volte nascondono una motivazione di lucro delle cliniche private. Ma, d’altro canto, esiste la tentazione di diventare padroni della vita o di voler “aiutare” (Dio o la natura, a seconda delle credenze) a porre fine all’esistenza. È in gioco il concetto di esistenza e l’antropologia che ogni cultura ha sviluppato. Per le religioni abramitiche (ebrei, cristiani e musulmani), la vita dell’uomo appartiene a Dio, dal concepimento fino alla morte. Per altre è preferibile la morte alla sofferenza, una posizione che raccoglie il laicismo moderno.
In questo senso, il paragone tra il “far dormire” gli animali, quando sono malati o molto vecchi, e la soluzione eutanasica dei novantenni, svilisce e distorce la dignità umana. Il fine è lo stesso: sbarazzarsi di ciò che non serve più; tuttavia, gli animali domestici si sostituiscono, mentre i propri cari si perdono irreversibilmente.
Paradossalmente, nessuna epoca è stata più attenta agli anziani della nostra e, tuttavia, questa preoccupazione “per” gli anziani si trasforma frequentemente in preoccupazione su “come” gestire la situazione quando si ammalano gravemente, senza che lo stile di vita moderno, con le famiglie frammentate, aiuti nella maggior parte dei casi.
Un quarto paradosso sorge dall’atteggiamento dei familiari. Vengono etichettati come “complici delle torture” dei medici quando incoraggiano pratiche di accanimento pur di non perdere i propri cari. Ma, allo stesso tempo, sono considerati insensibili se, per diverse ragioni, non ultime quelle economiche, preferiscono che la vita del malato finisca, meglio se con un aiuto esterno. La mia esperienza nel trattare malati e anziani mi ha convinto che l’attenzione verso di loro di solito trasforma la vita di chi se ne prende cura; l’innegabile sacrificio che tale assistenza comporta è compensato dalla crescita umana e spirituale durante il periodo del commiato.
A sua volta, il concetto di “qualità della vita”, utilizzato per giustificare l’eutanasia, è discutibile e relativo, specialmente quando si cerca di imitare acriticamente i paesi “civilizzati”, senza tenere conto della cultura e delle tradizioni di ogni paese che, a volte, spiegano la resistenza a legiferare e regolare tale tematica. Per esempio, in Bolivia esiste la credenza che il malato decida di lasciarci solo dopo aver sciolto gli “ormeggi” affettivi che lo legano alla vita. Sebbene la legislazione di un paese rifletta solitamente l’etica della maggioranza, nella pratica tende a scontrarsi con la sottile linea rossa di una casistica incontrollabile. Infine, al di là degli argomenti medici e legali, per un cristiano il dolore è un mistero che, accettato per amore, diventa degno e fecondo, come il chicco di grano sepolto nel campo.