Il bilancio del settore energetico in Bolivia per l’anno 2025 distingue due periodi, con il cambio di governo come spartiacque: (1) da gennaio a ottobre e (2) novembre e dicembre.
Prima del DS 5503 abbiamo sofferto la crisi di approvvigionamento di combustibili e gli effetti della politica erratica applicata negli ultimi 20 anni, che ha portato a fallimenti esplorativi, al calo della produzione fino a livelli inferiori a quelli del 2005, alla perdita di mercati di esportazione e alla paralisi dell’industrializzazione mal concepita e peggio eseguita.
Allo stesso modo, a quel periodo si attribuisce la mancanza di decisioni tempestive e necessarie; il sospetto di una corruzione colossale nell’importazione di carburanti; il favoreggiamento del contrabbando; la menzogna e la mancanza di trasparenza nelle informazioni; la propaganda trionfalistica e lo svuotamento delle riserve internazionali.
Il ritardo di progetti (improvvisati, per di più) come il biodiesel, e l’assenza di un piano di transizione energetica che avrebbe permesso di mitigare la crisi degli idrocarburi sono eredità pesanti per il nuovo governo. Data l’importanza del settore nell’economia nazionale, quella crisi colpisce l’intero sistema economico del paese, a causa dei minori introiti e dei maggiori costi.
Il citato DS 5503, negli aspetti che riguardano l’energia, è acertato nell’adeguamento universale dei prezzi di alcuni combustibili, cercando il minore impatto sulla popolazione (mantiene invariate le tariffe del gas domestico, del GLP e dell’elettricità) e il massimo beneficio per lo Stato (taglia alla radice il contrabbando verso i paesi confinanti e riduce il deficit fiscale).
Tuttavia, il decreto in questione è solo il primo passo —è la chirurgia d’urgenza, direi— per curare il malato.
In effetti, rendere trasparenti i prezzi di alcuni combustibili non provoca un rilancio della produzione di gas e petrolio, la cura del malato. Per questo è necessario un lungo cammino che passa per il recupero della fiducia del capitale di rischio in uno Stato che ha violato contratti; per l’approvazione di nuove leggi nel settore energetico (quella degli idrocarburi senza dubbio, ma anche quella dell’elettricità, inclusi le fonti rinnovabili di generazione elettrica); per riprendere l’esplorazione “sul serio”, con investimenti adeguati agli obiettivi che si perseguono; per ristrutturare YPFB, tornando all’idea che si aveva al momento di elaborare la legge 3058 di un’azienda moderna e competitiva, una tra le altre del settore.
Come ben sanno le nuove autorità del settore, quel cammino è lungo, ma inizia con piccoli passi, capaci di allontanarci dalla crisi.
In primo luogo, senza voler essere uccello del malaugurio, di fronte all’eventualità che la “nuova” esplorazione non abbia il successo atteso, bisogna mettere in moto già ora un piano complementare di generazione elettrica con fonti rinnovabili, coinvolgendo capitali privati, istituzionali e imprenditoriali, nel quadro di un Piano di Transizione Energetica. L’alternativa è importare gas naturale entro pochi anni per dare sicurezza a dipartimenti troppo dipendenti dal gas, come Santa Cruz.
Il 2026 dovrebbe essere l’anno che dona alla Bolivia quel Piano pluridecennale, consensuato e approvato come politica di Stato. Se non si fa ora, quando?
Non si può confidare solo nella fortuna (“se abbiamo fortuna…”, ripete il ministro), ma è urgente agire per incentivare la produzione di idrocarburi da campi maturi e marginali, iniziando dal retribuire con un prezzo giusto il petrolio nazionale, che rimane a 27,11 $/bbl (eredità di un tempo in cui il barile internazionale era sotto i 40 $) e che non è stato adeguato in 20 anni.
Che l’anno 2026 rinnovi il settore dell’energia, con fortuna e coraggio!