Finisco la trilogia di rubriche aneddotiche di un italiano in Bolivia, con alcune amenità del mio lato poco conosciuto di “farmacista”. Infatti la famiglia di mia moglie Sonia (RIP) possedeva la farmacia più antica di La Paz e, da marito collaboratore, non rifiutavo di aiutare in certi momenti, essenzialmente con la cassa (per non essere accusato di esercizio illegale della professione).
Ma, per quanto cercassi di mimetizzarmi dietro il bancone, le idiosincrasie della nostra gente erano più forti. Da un lato, il personale della farmacia non cessava di chiamarmi “dottore”, il che creava una certa ambiguità, e, cosa più importante, il mio accento e il mio comportamento europeo ispiravano più attrazione per i clienti di quanto il miele per le mosche. Insomma, molti volevano essere serviti dal “dottore” e se questi passava la ricetta a un impiegato o farmacista, la prescrizione veniva interpretata come se fosse talmente banale da non richiedere l’intervento del dottore.
Di fronte a questa situazione, per non deludere il pubblico e per suggerire correttamente, feci un “imbroglio”: una lista di rimedi per i disagi più comuni (raffreddori, dolori di ogni sorta, tra l’altro) che tenevo strategicamente alla mano sotto il bancone. Così, alla domanda: “Dottore, che è buono per…?”, avevo pronta la risposta corretta, per di più pronunciata con tutta la serietà di un “dottore gringo”. E poiché il dottore era solito fare le cose per bene (come farebbe qualsiasi dipendente), si creava un circolo vizioso che mi suggeriva di stare il più lontano possibile dalla farmacia.
Un giorno arriva una signorina simpatica e disinibita, che chiede un flacone di perossido di idrogeno. In quel caso la domanda chiarificatrice, seguendo il protocollo, era “di quale concentrazione?”. La risposta non fu quella attesa (10% o 20%) ma: “Mi diga lei, è per dipingermi il vello. Vuole che le mostri?”. Rimasi a bocca aperta.
In un’altra occasione, nel bel mezzo di un turno, quella tortura trimestrale che durava 24 ore per una settimana di fila, una impiegata domestica venne a comprare del veleno per i topi. Gliel’ho venduto, ma poi mi ha chiesto come doveva somministrarlo. Distratto e stanco del turno, ho risposto come un automa: “tre volte al giorno con un po’ d’acqua”. Ancora oggi non riesco a togliermi dalla mente il topolino catturato per morire avvelenato a poco a poco con la preparazione fatale.
A proposito di quei turni disumani, più di una volta mi sono svegliato nel cuore della notte con la testa appoggiata sul bancone e una ricetta in mano, finché le urla del cliente attraverso lo sportello di servizio, mi riportavano alla realtà.
La prima volta che ho interagito con la farmacia è stato quando, da novello sposo, ho dovuto sostituire al suocero malato nel compito di trascrivere le ricette dei dipendenti delle banche: da quelle fatture, preparate con una “macchina da scrivere” antidiluviana, con i nomi del medico e del paziente e l’importo totale, dipendeva la liquidità finanziaria dell’azienda. Ma c’era un problema: la calligrafia dei medici (illeggibile, per definizione) e la mia totale ignoranza dell’ortografia dei cognomi meno comuni dei pazienti ritardavano notevolmente quella trascrizione, per paura che la mia fattura venisse respinta perché il cognome dell’impiegato non era “Gassman”, come l’accattivante Vittorio, ma Guzmán. La soluzione mi fu data dalla Cooperativa Telefonica, che a quel tempo stampava e distribuiva quel grosso libro chiamato “elenco telefonico” e che per me diventò il più prezioso dizionario dei cognomi boliviani.
Anni dopo, ebbi la soddisfazione di presentare quelle fatture, preparate con un computer Commodore 64 riportato da un viaggio, alle banche che continuavano ancora a fare i conti con calcolatrici meccaniche e a registrarli a mano in schede