Blog de Francesco Zaratti

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Ogni esistenza, soprattutto se lunga e poliedrica come la mia, è piena di aneddoti. Tra questi ce ne sono alcuni che riguardano i viaggi, la famiglia, il lavoro o la vita pubblica. Tuttavia, nel mio caso, sono grato alla “Dante Alighieri” che, nella mia veste di nato e formato in Italia, mi ha proposto di raccogliere alcuni di quegli aneddoti legati all’ “essere italiano” e condividerli in un colloquio informale della durata di quasi un’ora. Oggi, sintetizzo ulteriormente quei ricordi con una rubrica di cinque minuti di lettura.

Gli aneddoti cominciarono con il mio arrivo all’aeroporto di El Alto in una notte piovosa dell’ottobre del 1973: lessi una grande preoccupazione sul volto di padre Pascual che venne da solo a ricevermi. Quello che non sapevo era che la sua preoccupazione non era dovuta alle conseguenze del mio arrivo sulla sua comunità salesiana, ma al fatto che il nuovo arrivato, a causa della sua altezza, sarebbe entrato nel materasso che aveva comprato quello stesso pomeriggio.

Il mio spagnolo era limitato, tanto che, mio malgrado, dovetti passare i primi mesi in Bolivia ascoltando più che parlando e cercando di tradurre tutta la comunicazione con lo strano mondo esterno fatto di suoni, espressioni, sapori, odori e immagini molto diversi tra loro, finché una mattina mi svegliai felice: avevo sognato in spagnolo!

Durante la mia lunga carriera universitaria alla UMSA, rappresentai i professori in un incontro nazionale durante i conflitti causati dalla Riforma Tributaria, bocciata dalle università nonostante garantisse loro maggiori entrate fiscali. Quel conflitto schizofrenico e masochista impantanava l’incontro, fino a quando presi la parola per raccontare una storia che conoscevo fin dalla mia giovinezza. Ricordai alla riunione ciò che il manuale vittoriano suggeriva alle ragazze britanniche “in caso di…” con un’intera casistica di situazioni reali. “In caso di stupro”, il Manuale – citavo – consigliava di combattere con unghie e denti, di difendersi con mani e piedi, di urlare e chiedere aiuto a squarciagola, ma, se tutto ciò non funzionava, il consiglio era quello di “rilassarsi e godersela”. Quell’atteggiamento – conclusi – era esattamente quello che bisognava assumere a quel punto. Grande risata generale e pronta reazione da parte del Rettore Capra che presiedeva l’incontro: “Passiamo al seguente punto all’ordine del giorno”.

Nel 2004, in qualità di ministro senza portafoglio, fui inviato dal presidente Carlos Mesa per risolvere il sequestro di un giacimento petrolifero nella regione di Cuevo, nel Chaco. Per un’intera giornata, e di fronte alla strategia degli abitanti del posto di trattenere il più possibile l’entourage ufficiale in quel luogo aperto, scelsi di dialogare con umiltà e pazienza, senza mostrare fretta alcuna. Alla fine, a lume di candela, firmammo un accordo per revocare il blocco. Sulla via del ritorno a Camiri, in macchina ho potuto ascoltare per radio l’annuncio della soluzione del conflitto, elogi al Delegato compresi, mentre il mio petto si gonfiava, fino a quando ascoltai dall’ufficiale di “collegamento” il vero motivo del successo: il mio inconfondibile accento italiano ha ricordato ai guaranì locali la presenza costruttiva dei francescani italiani in mezzo a loro durante secoli. Finalmente, nel 2005, mi imbarcavo su un volo, come ultimo passeggero, con Evo Morales, allora sicuro vincitore delle elezioni di quell’anno. Con Evo avevo collaborato tempo prima affinché avesse una visione obiettiva del tema dell’esportazione del gas, funzione che svolsi almeno fino a quando altri suoi consiglieri lo convinsero ad assumere posizioni più radicali. Con il suo tipico umorismo da foca, Evo mi guadò sorridendo e mi chiese: “Come sta la mafia italiana?” Al che gli risposi: “Beh, immagino, facendo affari con la mafia della tua comarca cocalera”. Silenzio e ingresso nell’aereo a testa bassa.

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