Blog de Francesco Zaratti

La Paz, 16/04/26 – È stata annunciata l’imminente presentazione del progetto della nuova legge sugli idrocarburi che sostituirebbe la Legge 3058, approvata più di 20 anni fa in un contesto politico, sociale e ideologico totalmente diverso da quello attuale.

Nel 2005 Bolivia disponeva di riserve provate e probabili (sebbene gonfiate) per oltre 50 anni, di un contratto di esportazione verso il Brasile in piena espansione e di un altro, verso l’Argentina, ancora agli inizi; in sintesi, una ricchezza energetica e monetaria che alimentava la speranza di un futuro migliore per la Bolivia.

Secondo tutti gli indicatori del settore, le due decadi di governi populisti hanno lasciato il Paese in condizioni ancora più disastrose e vulnerabili rispetto a come era stato loro consegnato.

Molti analisti ritengono che il principale ostacolo al cambiamento delle politiche pubbliche sia la Costituzione Politica dello Stato (CPE) approvata nel 2009. Si presume che una costituzione sia un contratto sociale valido per diverse generazioni, senza essere vincolato alla contingenza politica e ideologica. Tuttavia, dalla sua concezione fino alla sua nascita e applicazione, la CPE si è rivelata uno strumento di divisione e una camicia di forza, persino per coloro che l’hanno redatta e sostenuta.

In particolare, gli articoli relativi alle risorse naturali, agli idrocarburi e all’energia sono invecchiati rapidamente, senza che sia possibile applicare loro una giusta eutanasia. Infatti, il capitolo sugli idrocarburi (proprietà, monopolio di sfruttamento e commercializzazione di YPFB, royalties e imposte) si basa sull’assunto che la Bolivia avrebbe prodotto tali idrocarburi ad infinitum. La realtà è diversa: la produzione è retrocessa a livelli di inizio secolo; le riserve bastano per pochi anni ancora, al ritmo attuale di sfruttamento; l’esplorazione, assente negli ultimi 20 anni, richiederà diversi anni per dare risultati, comunque modesti; l’industrializzazione si è rivelata un fallimento e un ulteriore problema per il Paese e YPFB, un’azienda afflitta da mille mali, si è ridotta principalmente a importatrice di carburanti.

La CPE viene spesso presentata come uno “spauracchio” di fronte a qualsiasi cambiamento di modello economico. E invece, paradossalmente, nonostante il suo orientamento nazionalista e integralista, la CPE ammette che, in assenza di produzione nazionale, YPFB non avrebbe motivo di mantenere il proprio monopolio. Infatti, l’articolo 359 afferma che la proprietà degli idrocarburi prodotti nel Paese è dello Stato, ma, ovviamente, la proprietà dei carburanti importati è di chi li acquista, con pieno diritto (e non per concessione graziosa) di commercializzarli.

La considerazione precedente è alla base della liberalizzazione del mercato dei carburanti e del ridimensionamento di YPFB come un’impresa tra le altre nella concorrenza di mercato, aspetto implicitamente contenuto nel Referendum del Gas del 2004, snaturato dalla Legge 3058 e dal decreto di “nazionalizzazione” del 1º maggio 2006.

Non resta che sperare che la nuova legge sugli idrocarburi sappia valorizzare l’esperienza del passato e gli spazi che la CPE consente, senza necessità di una riforma previa.

Cordiali saluti e salute,

Francesco